Camilla aprì la finestra della nuova cameretta, ci mise la sedia della scrivania proprio davanti, salì in ginocchio e appoggiò la testa sopra le braccia incrociate sul davanzale. Chiuse gli occhi per farsi scaldare dal sole di ottobre e lasciarsi coccolare da quella musica profonda e inattesa. Quelle note basse le facevano vibrare non solo gli ossicini delle orecchie, ma anche il petto e il cuore.
Trasferirsi da un centro rurale in una grande città, era stato molto impegnativo per Camilla. Il padre aveva trovato un bel lavoro da dirigente in una grande società a Roma. Per non interrompere l’anno scolastico ormai agli sgoccioli per lei ed il fratello, i saluti e il trasloco erano iniziati in estate.
Con l’organizzazione della nuova casa, della sua cameretta, le vacanze al mare ed il ritorno dai nonni in Umbria per arrivare alla fine dell’estate, non si era resa conto del grande cambiamento. Ma appena iniziato l’anno scolastico, il disagio le esplose in faccia come un petardo. Iniziava la seconda media, introducendosi in una classe che aveva già condiviso il primo anno insieme, trovando il proprio equilibrio con alleanze e amicizie in cui lei sentiva di non potersi inserire.
Suo fratello Marco invece, era felice come non lo era mai stato. Iniziava il primo anno di Liceo, classe nuova, equilibri tutti da creare e tutti aperti alla nuova esperienza scolastica. Lui poi era un rockettaro batterista, anche bravo, almeno a sentire il suo ex-insegnante, e ci mise solo due settimane ad organizzare una band con cui vedersi regolarmente.
La passione di Camilla invece, era il disegno, ma le sue opere venivano apprezzate solo quei dieci secondi iniziali, quando chiunque si rendeva conto che quello sì, era un bel disegno, per poi passare in secondo piano, rispetto al suo accento umbro, ai vestiti campagnoli e alla mancanza di trucco, di colori strani sui capelli e sulle unghie.
Solo Simone aveva ammirato con convinzione i suoi disegni, chiedendole spiegazioni sulla tecnica e l’ispirazione, per poi parlare con lei della “vita precedente”. L’aveva anche introdotta alle dinamiche di classe, sia tra i compagni che tra i professori. Come Camilla, anche Simone sembrava essere fuori dagli schemi tipici dei dodici anni, che ti fanno vedere solo la marca dei vestiti e i videogame. Le piacevano quei “riccetti” neri stretti stretti, che Simone tentava di domare con una dose esagerata di gel: era seduto sul banco davanti e lei, ogni giorno poteva notare i cambiamenti di onde e cerchietti. Tornando a casa li usava come ispirazione per disegni a matita. Camilla adorava il mercoledì, quando condividevano parte del tragitto per ritornare a casa dopo scuola: arrivata al cancello del suo condominio, lui le faceva l’occhiolino e le diceva puntualmente: “A domani”, continuando a camminare con la sua andatura un po’ svogliata. Tutto questo però a Simone non lo aveva confessato!
Quel pomeriggio di ottobre, quando il cielo di Roma non sembrava aver capito di essere in autunno e Camilla stava provando a studiare in cameretta, un raggio di sole divise la pagina del libro a metà e le scaldò la mano. Seguendo quel raggio, aprì la finestra e si mise ad osservare quella quantità di rettangoli di vetro, tutti uguali, ad intervalli regolari, sia orizzontali, sia verticali. Abitava ora al sesto piano di un palazzo di dieci, sei scale e un palazzo gemello proprio di fronte, che però faceva parte di un altro condominio. Appena arrivata aveva fatto un conto approssimativo insieme al padre ed erano arrivati alla conclusione che lì viveva tanta gente quanta nel paese umbro da cui venivano. Probabilmente, l’amministratore di condominio era come il Sindaco del paese.
Mentre sbirciava tra le finestre del palazzo di fronte sentì una musica. Rientrò per essere certa che non fosse il fratello, ma non era Marco. Ascoltò con più attenzione e si rese conto che si trattava di un basso elettrico: qualcuno si stava esercitando producendo quei suoni profondi e intensi, fu in quel momento che decise di rilassarsi al sole ascoltando quella musica che le faceva vibrare gli ossicini dell’orecchio, il petto e il cuore. Aveva letto da qualche parte che le api sentono tramite le vibrazioni che attraversano il loro corpo. Lasciandosi cullare dalla musica, si assopì pensando alle api: volò su un prato verde, sfiorando margherite gialle e bianche, il sole le scaldava le antenne, le ali ronzavano, il corpo vibrava. Sentiva il profumo della primavera, provenire da fiorellini viola e fucsia, vide una lepre saltellare tra i fiori. Improvvisamente sobbalzò, aprendo gli occhi al fortissimo richiamo che sbucava quando era profondamente rilassata o profondamente stressata. Spinse la sedia verso la scrivania, prese un foglio nuovo ed iniziò a dare forma al suo sogno di ape in volo, che l’aveva portata fuori stagione.
Quello fu solo il primo di una serie di pomeriggi in cui Camilla, alla stessa ora, apriva la finestra e si lasciava ispirare da quei suoni sempre diversi: a seconda del tipo di esercizio che veniva suonato, disegnava immagini armoniche come paesaggi, gatti, mani intrecciate, oppure immagini violente, con un tono dark, come un coltello insanguinato o immagini ripetitive come una ragnatela ipnotica, con la sua tarantola mentre avvolge la preda.
Dopo qualche pomeriggio, decise di appendere i suoi disegni alla finestra rivolti verso l’esterno, sperando che l’origine della sua ispirazione, li vedesse e magari li apprezzasse.
Fu accontentata perché, dopo aver appeso quattro disegni in altrettanti pomeriggi, sulla finestra del bassista apparvero dei fogli bianchi. Camilla pensò che fosse un invito: “Tieni, ti dono un foglio bianco cosicché tu possa riempirlo con le immagini ispirate alla mia musica”.
Iniziò ad essere veramente curiosa di sapere chi fosse a suonare il basso ogni pomeriggio, dandole questo spunto artistico che tanto le piaceva. Voleva conoscere la persona che le dava uno scopo quotidiano, una speranza, un pensiero finalmente positivo su questo alveare di appartamenti.
Si ricordò che nella sua vita precedente a volte andava a fare birdwatching con suo padre, con un bel binocolo potente. Lo cercò in cantina, di nascosto, per non dover rispondere a domande strane fatte da sua madre. Lo trovò dentro lo scatolone “trekking”, ormai inutilizzato.
Corse in cameretta e si mise a spiare la finestra incriminata, radente al davanzale. Non si vedeva l’interno, troppo il riflesso, però notò che quello che sembrava un foglio bianco, in realtà era uno spartito. Pensò che fosse un modo del musicista per anticiparle l’esercizio quotidiano.
Rimase così a lungo, cercando un movimento, un viso, un cenno di riconoscimento da dentro l’appartamento, non disegnò neanche. Ma niente. Stanca e delusa decise di appendere un messaggio invece del disegno: “Ore 17, ti aspetto sulla panchina di fronte alla ragnatela dell’arrampicata”. Se lei era riuscita a vedere lo spartito, forse lui avrebbe potuto vedere l’appuntamento. Non si sarebbe presentata subito, avrebbe aspettato lontana dalla panchina e solo se lui (o lei, perché no?) fosse stato accettabile, si sarebbe fatta avanti.
Indossò la camicetta più carina e il maglioncino aderente che otteneva sempre i complimenti della nonna, si pettinò con cura e mise un velo di lucidalabbra, rubandolo dal cestino dei trucchi della mamma.
Corse verso la porta per non farsi vedere, gridando: “Io vado al parco, ciao!”. Non prese neanche l’ascensore per paura di domande da parte della madre, che ne avrebbe avuto tutto il diritto, visto che mai era uscita sola, da quando si erano trasferiti a Roma.
Arrivò al parco con mezz’ora di anticipo. Il cuore le batteva così forte che ebbe timore che anche la nonnina seduta sulla panchina potesse sentirlo. Pensò che fosse come il basso elettrico, ritmo costante e profondo che trasmette vibrazioni a tutta la cassa. Quanto avrebbe voluto avere foglio e matita per dare forma alle sue emozioni: avrebbe disegnato un cuore, vero però, mica come quello che disegnano i bambini. Lo avrebbe lasciato bianco, con solo qualche sfumatura di rosso, avvolto in un pentagramma, con note vibranti e sfuggenti. Pensò al punto di rosso più adatto, se sarebbe stato meglio usare il pennino per le note oppure il carboncino, per aggiungere questa sensazione di evanescenza. Il pensiero la calmò al punto che, quando un ragazzino si sedette sulla panchina di fronte la ragnatela dell’arrampicata, nemmeno se ne accorse. Aveva optato per usare sia pennino che carboncino, quando vide certi “riccetti” tanto familiari, proprio sulla panchina dell’appuntamento.
“Sì”, urlò a bassa voce, “lo sapevo che eri tu!”
Si avvicinò alla panchina e con un sorriso che avrebbe illuminato anche le catacombe, salutò Simone.
“Ciao, Camilla. Oggi mi tocca badare a mio fratello pazzo: vedi quella scimmia in cima alla ragnatela? Beh, è lui!”
“Non sapevo avessi un fratello più piccolo” disse Camilla ridendo, mentre si sedeva accanto a lui.
Rimasero a chiacchierare tutto il pomeriggio, andarono insieme al fratello pazzo a prendere un gelato per merenda, finché non arrivò il momento in cui il sole sceso dietro l’orizzonte, richiama tutti a casa.
Camminarono insieme ancora un po’ e proprio quando arrivarono di fronte al cancello del condominio di Camilla, prima di ricevere l’occhiolino del mercoledì, trovò il coraggio per parlare della loro condivisione artistica e gli disse: “Non pensavo suonassi il basso!”
Simone si voltò a guardarla, con aria interrogativa ma sempre sorridente: “Io non suono il basso”.

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